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Il Nuovo "Fidanzato" della mia fidanzata


di MikyeMarina
23.03.2026    |    1.000    |    12 9.9
"Lui dietro di nuovo, con una mano sul collo come a far capire che era lui che comandava e con l’altra giocava con il clitoride..."
Arrivai a casa, parcheggiai, spensi tutto. l’appartamento era silenzioso, freddo, vuoto, mi sedetti sul divano con il telefono in mano, lo schermo illuminato sulla nostra chat.
L’ultimo messaggio era il suo, nessun “letto”, nessun segno di vita. Sapevo che non avrei dormito.
Sapevo che mi sarei fatto almeno un paio di seghe pensando a loro, aspettando che lei, tra un orgasmo e l’altro, trovasse il tempo di scrivermi qualcosa – una foto, un vocale, anche solo un “sto venendo di nuovo”, oppure un semplice “cornutoooo”.
E sapevo anche che, qualunque cosa fosse successa quella notte, l’indomani mattina Marina sarebbe tornata da me con la figa gonfia, le labbra tumefatte, il corpo segnato, e mi avrebbe raccontato tutto nei minimi dettagli mentre mi faceva venire nella sua mano.
Era il modo perfetto per iniziare il 2026, il “Buon anno, cornutello mio”.

A casa, leggendo quel messaggio e vedendo la foto scattata nel locale, potevo solo immaginare cosa stesse succedendo, quei pensieri mi fecero segare due volte, delle seghe violente, dove pregavo Luca di sfondare come si deve Marina, e pregavo lei di mettermi le corna…

Mi alzai verso le nove, con la testa pesante e il corpo ancora carico della notte insonne, il telefono era muto: nessun messaggio, nessuna chiamata persa, neanche una spunta blu sull’ultimo che le avevo mandato alle tre di notte («Tutto ok, amore?»).
Provai a chiamarla un paio di volte, ma risultava irraggiungibile, un filo di preoccupazione mi strinse lo stomaco: non per gelosia, ma per il pranzo di Capodanno con tutte le famiglie riunite alle 13, se non si fosse fatta viva, come avrei giustificato l’assenza?

Alle 9:39 precise, qualcuno bussò alla porta, tre colpi leggeri, quasi timidi.
Andai ad aprire con il cuore in gola, era lei, Marina era lì, sulla soglia, e… era diversa.
Bellissima, sì, ma in un modo nuovo, vissuto, quasi selvaggio. i capelli mossi in disordine, come se ci avesse passato dentro le mani troppe volte o come se qualcuno glieli avesse tirati per ore, Il trucco della sera prima sbavato appena, quel rossetto che ora era solo un’ombra sulle labbra gonfie.
Il vestito di Capodanno stropicciato, la gonna un po’ torta, il cappotto aperto su una camicetta slacciata di un bottone in più del normale, le autoreggenti… una aveva una piccola smagliatura sul retro della coscia, come se fosse stata strappata in fretta.

Mi guardò con gli occhi lucidi, stanchi ma pieni di una luce soddisfatta, quasi arrogante.
Un sorriso lento le si disegnò sul viso.
«Allora… non mi fai entrare?», disse con quella voce un po’ rauca, come se avesse parlato (o gridato) tanto durante la notte.
Rimasi fermo un secondo, bevendomela tutta con gli occhi, sentivo già l’odore: il suo profumo mischiato a un altro, maschile, un misto di sudore, sesso e spumante. Le labbra tumefatte, come se avesse succhiato cazzi per tutta la notte, il collo aveva un piccolo segno rosso appena visibile sotto i capelli.

Feci un passo di lato, le lasciai spazio, lei entrò ancheggiando piano, come se ogni muscolo le ricordasse quello che aveva fatto, buttò la borsa sul divano e si voltò verso di me.
Non disse niente per un attimo, si limitò a guardarmi, con quel sorriso da gatta sazia, poi alzò lentamente la mano e, proprio lì come nell’ingresso, mi fece di nuovo il gesto delle corna, lento, deliberato, tenendo gli occhi fissi nei miei.
«Buongiorno, cornutello mio», sussurrò. «Ho bisogno di una doccia… e di te che muori mentre te lo racconto tutto. Ma prima… vieni qui».
Non le diedi il tempo di finire la frase, la presi di peso, letteralmente: le mani sotto il culo, la sollevai contro di me, lei mi avvolse le gambe intorno ai fianchi e le braccia al collo, ridendo piano con quella voce rauca.
«Nessuna doccia», ringhiai contro il suo orecchio, annusando forte il profumo di sesso che aveva addosso.
«Ti voglio esattamente così. Sporca, vissuta, profumata di lui. Voglio sentire il suo odore il suo profumo mentre mi racconti tutto».

La portai in camera, la buttai sul letto e mi ci gettai sopra, tra le sue cosce aperte, il vestito le si arrotolò in vita, le autoreggenti smagliate mi graffiavano le braccia.
Le misi la faccia nel collo, inspirai a fondo: e ancora sudore, spumante, LUI… e LEI.
«Raccontami», ordinai, già con il cazzo duro che premeva contro di lei.«Tutto. Ogni dettaglio, anche quelli più indecenti, quelli che una brava fidanzata non direbbe mai al suo ragazzo».

Marina mi guardò dal basso, gli occhi semichiusi, le labbra gonfie, mi accarezzò la guancia, poi fece di nuovo quel gesto lento delle corna davanti alla mia faccia, appoggiandomele sulla testa sussrando con un filo di voce: "CORNUTOOOO", si diede un tono e disse: «Va bene, cornutello mio», sussurrò.
«Però ho fatto così tardi perché prima di riaccompagnarmi ha voluto fare un altro giro».
La guardai confuso un attimo.
«Un altro giro? E dove siete stati? È tutto chiuso…».
Lei mi fissò con un sorriso lento, malizioso, quasi tenero, come se stessi capendo solo ora una cosa ovvia. Si avvicinò ancora di più, il viso a pochi centimetri dal mio, così vicino che sentii distintamente l’odore: un profumo caldo, salato, inconfondibile, di sborra fresca.
«Amore, sei proprio tonto», mormorò ridendo piano.
«Il giro se l’è fatto dentro la tua fidanzatina».
Il cuore mi saltò in gola.
Deglutii, sentendo il sangue pompare tutto verso il basso.
«Dai… raccontami tutto, ti prego», la supplicai con la voce rotta.«Come lo aveva, come ti ha preso, ogni cosa… anche i particolari più scabrosi, ti prego».

.Lei sorrise ancora più larga, cattiva e dolcissima insieme.
Si passò la lingua sulle labbra, poi mi afferrò i capelli e mi spinse piano verso il basso, tra le sue cosce aperte.
«Ok, ti dirò tutto tutto», disse con voce bassa e vellutata.
«Ma prima vieni qua a leccare, che la tua Marina ti ha portato la colazione calda… così poi non dici che ti trascuro».
Non opposi resistenza, mi lasciai guidare, la faccia affondata tra le sue gambe ancora gonfie, calde, appiccicose,
L’odore era forte, intenso: lei mischiata a lui, la prova tangibile di quello che era successo, iniziai a leccarla piano, assaggiando tutto, sentendo il sapore salato e denso che ancora le colava dalle labbra.
Così rimasi lì, in religioso silenzio, la faccia sepolta tra le sue cosce, la lingua che piano piano raccoglieva ogni traccia calda e salata di Luca.
Il sapore era intenso, denso, inconfondibile: la mia Marina mischiata alla sborra di un altro, ancora fresca di poche ore.

Lei mi accarezzava i capelli con una dolcezza infinita, quasi materna, le dita che scivolavano lente tra le ciocche umide della mia fronte, come se stesse premiando un bambino ubbidiente.
Mentre leccavo la sua fighetta farcita, gonfia e appiccicosa della sborra di Luca, non ressi più, alzai appena la testa, la bocca ancora lucida, e la guardai implorante, la voce tremante: «Amore… dimmi di lui. Dimmi com’era il suo cazzo… i dettagli, ti prego. Soprattutto le palle… la cappella… tutto».
Marina rise piano, un riso basso e divertito, mi spinse di nuovo giù tra le sue gambe e rispose con quel tono dolce e crudele che mi fa impazzire: «Amore, sei fissato con le palle, eh?Sappi che erano grosse, pesanti, piene di SBORRA… quella stessa SBORRA che ora ti sta nutrendo, che ti sta saziando, che stai leccando via goccia a goccia dalla tua fidanzata».
Un gemito mi sfuggì contro la sua carne calda.
Ripresi a leccare con più avidità, immaginando quelle palle grosse che sbattevano contro di lei mentre la scopava, la cappella larga e gonfia che la stirava a ogni spinta, il carico che avevano scaricato dentro di lei più volte.
Marina sospirò soddisfatta, mi accarezzò i capelli e disse con voce dolce ma autoritaria:«Amore, lecca piano… che è tutta gonfia oltre che piena, Avanti, gustati la tua colazione, cornuto adorato».
Un gemito le sfuggì mentre la lingua le sfiorava il clitoride sensibile.

Poi, con quella voce bassa, un po’ rauca, ancora carica di sonno e di sesso, iniziò il suo racconto.
«Allora, amore… da dove comincio? Dall’inizio, vero?
Quando sono entrata da lui, la porta si è chiusa alle mie spalle e Luca mi ha guardata come se non ci credesse.“Marina… sei davvero qui”.
Gli ho sorriso, gli ho messo la bottiglia di spumante in mano e gli ho detto: “Non potevo lasciarti solo a Capodanno, no?”.
Abbiamo stappato in cucina, due bicchieri, un brindisi veloce. Lui era in tuta grigia, scalzo, i capelli ancora umidi dalla doccia… profumava di sapone e di uomo, mi ha abbracciata per gli auguri, e già lo sentivo duro contro la mia pancia.
Dopo il secondo bicchiere mi ha baciata. Un bacio vero, da uomo, lungo, profondo, di quelli che ti fanno girare la testa.
Mi ha preso in braccio senza sforzo e mi ha portata sul divano.
Mi ha tolto il cappotto piano, mi ha accarezzato le autoreggenti… ha notato la smagliatura che si è fatta dopo e ha riso: “Colpa mia?”.
Gli ho risposto di sì, e che doveva rimediare .
Mi ha fatta mettere in ginocchio sul tappeto, gli ho abbassato la tuta… e gliel’ho preso in bocca subito, amore.
Era lungo, spesso, e prima che me lo domandi, si era ed è più grosso del tuo, molto più grosso, dritto, con la cappella larga e liscia, tutta lucida di eccitazione.
Le palle… grosse, pesanti, rasate, calde nella mia mano mentre lo succhiavo.
Gliel’ho leccato dalla base fino in cima, gli ho succhiato le palle una per una, gli ho passato la lingua sotto la cappella finché non ha iniziato a tremare.
A un certo punto mi ha fermata: “Se continui così finisce subito”, mi ha sollevata, mi ha portata in camera.
Mi ha spogliata lentamente, lasciando solo le autoreggenti e le scarpe.
Mi ha leccata per un’eternità… due dita dentro, la lingua sul clitoride, mi ha fatta venire la prima volta così, forte, urlando il suo nome.
Poi mi ha scopata guardandomi negli occhi, dicendomi cose dolcissime: “Sei bellissima… non ci credo che sei qui con me…"

Ma quando ho iniziato a muovermi io, a spingere contro di lui, ha perso il controllo, mi ha girata a pecora, mi ha preso i fianchi e ha iniziato a spingere forte, profondo… amore, mi ha sfondata davvero.
Ogni colpo arrivava fino in fondo, la cappella che mi sfregava dentro, le palle che sbattevano contro il mio clitoride, eppoi una cosa meravigliosa, mi ha messo IL SUO DITO NEL CULOOOO, facendomi perdere qualsiasi freno inibitore.
Abbiamo cambiato posizione mille volte, Io sopra che lo cavalcavo, sentendo quelle palle battere contro il mio culo.
Lui dietro di nuovo, con una mano sul collo come a far capire che era lui che comandava e con l’altra giocava con il clitoride.
Mi ha fatto venire altre tre volte, forse quattro. L’ultima volta è venuto dentro, senza preservativo – gliel’ho chiesto io: “Sborrami dentro”.
Mi ha tenuto ferma, mi ha riempito tutto, caldo, tanto… ho sentito ogni schizzo mentre mi baciava la schiena e mi diceva “Oooohhh siiii, sei miaaaa”.

Abbiamo dormito un po’ abbracciati, nudi, ogni tanto mi mettevo il suo cazzo in bocca, alle sette ci siamo svegliati e l’abbiamo rifatto, piano, quasi dolce… un’altra volta dentro.
Poi l’ultimo giro sul divano, quello che ti ho già raccontato… quello da cui ti sto dando la colazione adesso».

«Ero già vestita, ma lui mi ha guardata e ha detto “Non posso lasciarti andare così”. Mi ha fatta sedere a cavalcioni su di lui, mi ha alzato la gonna, mi ha spostato le mutandine di lato e me lo ha infilato dentro piano, senza preservativo. Era già duro forte, gonfio… mi ha preso per i fianchi e ha iniziato a spingere dal basso mentre io mi muovevo. Mi ha detto “Voglio sborrarti dentro”… e io gli ho risposto “Fallo, sborramiiii”.
È venuto dopo pochi minuti, profondo, mi ha tenuto ferma contro di lui mentre schizzava tutto dentro. L’ho sentito pulsare, caldo, tanto… e sono rimasta così un minuto, a stringerlo dentro di me perché non uscisse niente».

Leccavo più piano, come mi aveva chiesto, assaporando ogni goccia, mentre lei continuava a parlare, la voce che si faceva sempre più bassa e sensuale.
«Ed ecco la tua colazione, cornutello.
Tutta per te. Leccala bene, puliscimi tutto… che poi continuo a raccontarti il resto, posizione per posizione, parola per parola, fino all’ultima goccia che mi ha lasciato dentro.

E ricordati: Luca ancora non sa che sono fidanzata… per lui sono solo una ragazza single che ha voluto fargli compagnia stanotte. E io gli ho lasciato credere esattamente questo, mentre mi scopava per ore».
Fece una pausa, sospirò soddisfatta mentre la mia lingua continuava a pulirla piano, e mi accarezzò di nuovo i capelli.
«Luca è stato grande amore. Gentile, passionale, rude, instancabile e sopratutto tanto, l’uomo perfetto per la mia figa e per le tue corna».

Ad un certo punto alzò il mio viso con due dita sotto il mento, mi guardò dritto negli occhi – la mia faccia bagnata dei suoi umori e della sborra di Luca ancora sulle labbra – e disse con un sorriso complice: «Oh amore… lo vedo anche stasera e domani, sai?
Anzi, inventati tu qualche scusa buona con i miei e i tuoi genitori, perché dormo da lui.
Sei d’accordo, vero?».
Con la bocca ancora piena del suo sapore misto a quello di Luca, riuscii a emettere solo un flebile, tremante: «Sì amore mio».

Lei rise piano, soddisfatta, mi accarezzò la guancia umida e sussurrò: «Bravo CORNUTO. Così ti posso portare la colazione fresca tutte le mattine… dal produttore al consumatore, senza intermediari».
Poi mi spinse di nuovo giù tra le sue cosce. «Continua a leccare, amore. Puliscimi bene, che tra poco devo farmi una doccia veloce e prepararmi… stasera Luca mi aspetta già alle otto».

Quando ebbi finito di ripulirla completamente, quando non rimase più nulla di lui se non il ricordo sul mio palato, Marina mi alzò piano il viso tenendomi per il mento, mi guardò con quegli occhi lucidi, soddisfatti, un sorriso pigro e cattivo sulle labbra ancora gonfie.
«Adesso sborra», disse con voce bassa, vellutata, autoritaria.
«Sborra cornuto, SBORA su di me. Sborra sulla tua fidanzatina che stasera si vedrà ancora con il suo fidanzato… sai chi è?»
Scossi la testa, il respiro corto, il cazzo che mi scoppiava nelle mie mani mentre mi segavo forte,
«No… dimmelo».
Si leccò le labbra lentamente, mi fissò dritto negli occhi e pronunciò quel nome come una sentenza dolce e crudele:«LUCAAAA».

A quel nome sborrai anche l’anima.
Un getto violento, abbondante, che schizzò sul suo ventre, sul suo seno ancora mezzo coperto dal vestito stropicciato, sulle cosce aperte.
Gridai un «Siiii… sei suaaaa!» mentre venivo, le mani che tremavano, il corpo che si svuotava completamente.
Marina sorrise piano, si passò due dita sullo schizzo caldo che le avevo lasciato sul petto e se le portò alla bocca, assaggiandomi.
«E tu», rispose godendo visibilmente, la voce che vibrava di piacere, «sei il mio cornutoooo».

Poi mi prese il viso tra le mani, mi disse: «tranquillo amore va tutto bene», mi baciò con la lingua, e sussurrò contro le mie labbra: «Bravo, cornutello.
Ora però vai a prepararti per il pranzo con le famiglie… e pensa a una scusa perfetta per stasera e domani.
Io ho già un appuntamento con il mio "FIDANZATO"».

Si alzò dal letto, nuda tranne le autoreggenti smagliate, il mio seme che le colava piano sul ventre, camminò verso il bagno ancheggiando, il culo segnato da qualche lieve rossore.
Prima di entrare si voltò, mi guardò con un sorriso malizioso, diabolico, e disse: «Amore… il prossimo lo decidi tu. Promesso».
Le parole mi rimbombarono in testa «promesso si, non immagini nemmeno chi sarà il "promesso"» pensando a colui che era il mio sogno proibito



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